Indirizzarsi per scegliere


not in my backyard…….
aprile 10, 2011, 6:41 pm
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L’acronimo nymby- not in my backyard (non nel mio giardino)- viene rappresentato con la connotazione della limitatezza e della negatività. Viene fatto apparire come un disperato tentativo di veto che gruppi di cittadini, organizzati in comitati, relegati al ruolo di consumatori o utenti, quindi senza più diritti, frappongono alla diuturne minacce contro i propri interessi legittimi.
La connotazione della negatività mette in cattiva luce, bollando come nemici del progresso tecnologico, scientifico ed economico, tutti coloro i quali si oppongono alla costruzione di centrali nucleari, di ferrovie ad alta velocità, di gassificatori, di inceneritori di rifiuti, di cementificazioni e/o infrastrutture ingiustificate, di centrali a turbogas etc..
Vengono “tollerati” – con irrisione poi non tanto implicita- solo quelli che, esasperati dalle conseguenze della inciviltà da consumismo si dedicano alla pulizia degli alvei dei fiumi, dei boschi, delle spiaggie..etc… a patto però che non si spingano oltre, cioè che non si mettano a cercare le cause che producono tali forme di inquinamento.

Tale battage, effettuato anche con formule subdole ( si pensi agli spots televisivi sul nucleare) subisce battute d’arresto, talvolta, dovute all’oggettività del triste proliferare di malattie e decessi tra la popolazione, di maremoti e terremoti, di frane ed alluvioni, di stupri ambientali…etc, per continuare poi, con inalterato fervore, in nome della modernità, dello sviluppo, della crescita del prodotto interno lordo, dell’occupazione….etc….
Probabilmente il disatro nucleare dei reattori di Fukushima frenerà la corsa al nucleare, per un pò, complice la speculazione sul prezzo del gas e del petrolio che con la rivolta libica si è inasprita aggravando la pesante crisi finanziaria internazionale ancora in atto. Ma non per molto tempo.
Il rigore revisionista antinuclearista della Merkel , poi, (dovuto anche alla severa flessione della CDU nelle elezioni regionali del Baden Wurtemberg) si attenuerà annacquandosi in un labile rinnovamento con la chiusura di due vecchie centrali ormai obsolete, quindi poco redditizie.

Sicuramente le lobbies economiche e finanziarie hanno gli strumenti di comunicazione, di penetrazione negli apparati politici e nei gangli della pubblica amministrazione per fare progredire i propri interessi
e profitti, ciò senza pensare a complotti più o meno di vasta portata nei confronti di gruppi di cittadini che difendono il diritto alla salute ed ad un ambiente vivibile: è la logica del profitto e del mercato, molto spesso incontrollabile ed incontrollata.

Poniamoci, allora, una domanda:
la capacità di resistere alla logica suddetta a cosa è legata?
In ogni caso:
quali sono i limiti dell’azione di comitati, gruppi, associazioni, etc.. in difesa dell’ambiente e della salute verso le lobbies, le multinazionali, le società per azioni..etc.. che pongono in essere progetti che li negano?

I partiti , di maggioranza o minoranza, svolgono, legittimamente il loro ruolo, a seconda delle proprie posizioni politiche, formulando progetti, elaborando disegni di legge, consoni alla propria visione dei problemi: così una parte del PD (non tutto) si è fatto alfiere dell’introduzione nel nostro ecosistema di elementi della così detta Green Economy che dovrebbe poggiare le proprie sorti sul proliferare di energie rinnovabili, mentre la maggioranza governativa (attualmente in mora dopo il disastro giapponese) si era lanciata sul nucleare tout court ( non importa di quale generazione ed a quali costi e rischi).

Dovrebbero essere determinanti nell’assunzione di tali opzioni le idee forza che gruppi di cittadini riescono a tradurre in movimenti reali in grado di imporre ai partiti ed alle istituzioni suddette la loro visione di crescita ( o di decrescita più o meno felice) del paese.

Però , in realtà, non è così!
Raramente comitati e movimenti risultano vincenti.

Ciò non può essere attribuibile solo alla “potenza” dell’avversario che indiscutibilmente c’è e si fa valere a vari livelli, ma va ricercato anche nella natura e nella fisiologia della protesta di cui pezzi di popolo, cittadini, autorganizzatisi per la difesa di un loro comune diritto sono portatori.
Schematizzando al massimo si potrebbe dire che l’autonomia della protesta ne costituisce, ad un tempo, sia la forza che la debolezza: manca il livello della generalizzazione o più semplicemente del collegamento che recuperi il frazionamento ( e quindi l’isolamento) dei singoli interessi difesi ancorchè legittimi.
Non importa riandare, sociologicamente, alle esperienze negli Stati Uniti, dopo la guerra, per cogliere l”estremo proliferare e la caducità di comitati di cittadini che si univano per tagliare, ad esempio, la siepe che impediva la visuale della pericolosità dell’incrocio stradale. E non per la natura degli obiettivi, ma per la mancanza di una visione “più ampia” dei problemi.
Si difende il “proprio giardino” ed i “giardini limitrofi”, gelosamente, senza cercare di stabilire collegamenti, neanche, con “altri giardini” che sono sottoposti agli stessi tipi di attacchi o pericoli.
Non che alle manifestazioni sindacali, od anche politiche, non prendano parte comitati di diversa natura o scopi, ma tale partecipazione è fine a sè stessa: dopo tutti a lavorare per il proprio giardino.
Cioè a dire prevale l’individualità sulla solidarietà.

Se poi la solidarietà si traduce nella esigenza umanitaria di dare asilo a migliaia di migranti in fuga dalla Tunisia e dal NordAfrica allora le cose si complicano ulteriormente.
Alcune regioni, soprattutto al nord, hanno problemi “tecnici” di accoglimento di profughi o clandestini che dir si voglia, e nell’ Unione Europea delle monete, Francia e Germania ostacolano limmigrazione verso i loro “giardini” con interpretazioni controverse del patto di Schengen.

Certamente la grave crisi globale economica e finanziaria ci ha resi tutti più deboli, ricominciamo a pensare in termini “collettivi”, non per riesumare vecchi modelli dei tempi passati, ma per cercare di difenderci meglio…………

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